Ogni anno, puntuale come il canone in bolletta, arriva quella settimana di febbraio in cui 60 milioni di italiani si godono il Festival di Sanremo. E anche quest’anno, dal 24 al 28 febbraio 2026, c’è questo appuntamento fisso. Ti sarà capitato sicuramente di sederti sul divano, ascoltare il tuo cantante preferito e… crack. Una nota calante, un acuto incerto o un’intera esibizione che sembra evidenziare delle stonature. Ma perché alcuni cantanti sembrano stonare a Sanremo? È colpa loro, dell’emozione o c’è qualcosa di tecnico che ci sfugge? Vediamo insieme cosa succede davvero sul palco più importante d’Italia.
A Sanremo si canta davvero dal vivo?
La domanda sorge spontanea ogni volta che sentiamo una performance meno che perfetta: Sanremo live o playback? Smettiamo subito ogni dubbio: sul palco dell’Ariston si canta rigorosamente dal vivo. Gli appuntamenti che vanno in onda su Rai 1 sono in diretta e non registrati. Il regolamento del Festival è uno dei più severi al mondo in tal senso. Non solo la voce è live, ma è supportata da una delle migliori orchestre ritmico-sinfoniche d’Europa.
A differenza di molti programmi TV dove si usa il “mezzo playback” (base registrata e voce live), all’Ariston tutto ciò che senti è generato in quel preciso istante. Questa purezza sonora è il pregio di questo evento amato e tanto atteso. Ma anche il suo rischio è maggiore: non ci sono paracadute. Se la voce trema, l’Italia intera lo sente.
Problemi audio e in-ear monitor
Se un cantante stona, il 90% delle volte la colpa è dei problemi audio a Sanremo. Ma non parliamo di casse che fischiano, bensì di ciò che l’artista ha nelle orecchie: gli in-ear monitor. Stiamo parlando di quelle piccole cuffiette modellate che indossano solitamente i cantanti. Servono a sentire la propria voce e il riferimento dell’orchestra. Se, però, il mix in cuffia è sbagliato (troppa batteria, poca voce, o un leggero ritardo di millisecondi), il cantante perde il riferimento della tonalità. Un cantante meno esperto spesso canta meglio “a orecchio”, mentre un grande professionista che si affida totalmente alla tecnologia, se questa lo tradisce, finisce per urlare o stonare perché non riceve il ritorno sonoro corretto della sua stessa voce.
Perché l’acustica dell’Ariston è particolare
Nonostante il prestigio, il Teatro Ariston non è nato per essere uno studio televisivo d’avanguardia o un’arena da concerto: è, tecnicamente, un cinema-teatro degli anni ’50. L’acustica dell’Ariston è definita dai fonici come “molto asciutta”. Non c’è il riverbero naturale di uno stadio o di una chiesa che “aiuta” la voce a distendersi. In quel teatro, il suono muore quasi subito dopo essere stato emesso. Per il pubblico a casa, il suono passa attraverso i microfoni e viene processato dai banchi regia (un lavoro immenso per gestire 30 Big e un’orchestra di 60 elementi), ma per l’artista sul palco, l’ambiente può risultare freddo e ostico, aumentando la tensione muscolare e, di conseguenza, il rischio di “stecche”.
Autotune sì o no a Sanremo?
Arriviamo al tema più caldo degli ultimi anni. Molti spettatori pensano che l’autotune serva a non stonare, ma la realtà è un po’ più complessa. Dal 2021, il regolamento permette l’uso dell’autotune a Sanremo, ma con regole precise:
- deve essere dichiarato come scelta stilistica, ad esempio come effetto robotico tipico della Trap o del Pop moderno;
- non può essere usato in modo occulto per correggere le stonature in tempo reale su canzoni melodiche classiche.
Dunque, l’autotune non salva un cantante che non sa gestire il fiato o che è sopraffatto dall’emozione di fronte a milioni di telespettatori. Inoltre, stonare a Sanremo non significa necessariamente non saper cantare. È il risultato di una tempesta che si crea da una pressione psicologica devastante, un’acustica secca e una tecnologia (gli in-ear) che a volte fa i capricci. Forse è proprio questa umanità fallibile a rendere il Festival così appassionante dopo tutti questi anni.
