Nel corso della sua storia il cinema ha cristallizzato stilemi, creato nuovi generi, lasciato che tra questi si producessero nuove contaminazioni; temi tipicamente trattati attraverso un particolare filtro di genere sono stati trasportati altrove, dando vita a nuove mescidazioni stilistiche, in un ciclo ininterrotto di sperimentazioni, rotture e provocazioni, con risultati più o meno felici.
Il rapporto tra tema e genere non è statico, nel cinema così come nella letteratura, ma dinamico, e spesso è proprio la rottura di questo legame a generare grande interesse artistico verso un’opera. Esistono casi, infatti, in cui un preciso tema cinematografico si lega indissolubilmente a un genere, e che dunque viene rappresentato sempre attraverso questa cornice stilistica. È il caso, ad esempio, del genere Western, i cui tratti stilistici sono precisamente codificati attraverso il ricorso a una specifica ambientazione, alla presenza di alcuni personaggi ricorrenti e a codici visivi come il duello, mentre i temi trattati sono quelli della civilizzazione, della frontiera e della lotta tra ordine e caos, tra natura selvaggia e cultura.
Fanta-western e pastiche
In anni recenti proprio il genere Western ha subito da vicino questa ibridazione con la pellicola del 2011 Cowboys and Aliens. Si tratta di un esempio diretto di come il tema dell’invasione aliena, tipico della fantascienza, venga inserito nella struttura stilistica e narrativa del genere Western.
Rimanendo sempre all’interno del genere fanta-western è necessario citare almeno la serie Westworld, che ha riscosso grande successo tra pubblico e critica, grazie anche al contributo di grandissimi interpreti, primo su tutti Anthony Hopkins. Nella serie il genere western si fonde con la sci-fiction in modo particolare, poiché l’ambientazione western è presente come simulazione all’interno della stessa finzione filmica, e corrisponde a quella dei parchi a tema abitati da replicanti, in cui gli ospiti possono sperimentare in modo iper-realistico la vita del vecchio West.
Un altro dei temi che in anni recenti hanno riscosso molto successo nel cinema è quello del gioco d’azzardo; grazie anche alla spinta di un rinnovato interesse verso il poker, sono molte le pellicole prodotte nei primi anni del nuovo millennio che trattano questo tema.
Da un punto di vista narrativo si tratta di un tema piuttosto prolifico e del resto questo non può essere un caso: se il gioco d’azzardo è il tema, di conseguenza l’ambientazione sarà quella dei tavoli verdi, siano essi quelli sporchi di fumose bische clandestine o quelli tirati a lucido dei lussuosi Casinò di Las Vegas o Monaco, in ogni caso luoghi in cui la ricombinazione caotica dei numeri e dei segni si fa motore della trama e in cui la brama del denaro e il fascino del vizio costituiscono requisiti minimi di accesso.
Diciamo che connaturata al tema c’è un’ambientazione che si presta magicamente all’incontro inatteso, alle svolte del destino, alla mano fortunata e in genere a tutti i capricci del Fato. La linea del destino lascia il posto a una rete di possibilità, a una selva di esiti probabili, più o meno prevedibili, in cui i personaggi il più delle volte navigano a vista.
Uno dei più recenti successi cinematografici su questo tema, tuttavia, è 21 (2008), un film che ha esplorato, invece, le connessioni tra matematica e gioco d’azzardo attraverso la messa in scena di un dramma in cui un gruppo di studenti del MIT, guidati da un intraprendente professore (Kevin Spacey), decidono di applicare complessi schemi probabilistici per sbancare ai tavoli di blackjack di Las Vegas. Nella pellicola di Robert Luketic il dramma è ricco di suspense e momenti di tensione ed è filtrato attraverso gli schemi tipici del sottogenere crime/rapina, pur non trattandosi di un vero e proprio colpo, ma di un complotto basato sul conteggio delle carte.
Il mezzo cinematografico è forse quello che si presta maggiormente alla mescidazione tra generi, potendo contare su diversi mezzi: dall’immagine alla regia, passando per il sonoro e la sceneggiatura. Un caso magistrale di mescidazione, o pastiche, è la serie culto Twin Peaks, in cui avviene una vera e propria decostruzione di generi e l’accostamento straniante di questi ultimi: al classico filtro investigativo con cui si apre, si sovrappone presto quello della soap opera, attraverso cui passano molte delle sottotrame secondarie; qui la struttura melodrammatica e iper-emotiva, se in un primo momento sembra poter servire a mostrare allo spettatore l’ambientazione in cui si è svolto il delitto (un po’ come accade nelle celebri indagini di Poirot, in cui la presentazione dell’ambiente stimola la curiosità del lettore, aprendo possibili piste di indagine), ben presto si svela per quello che è, la parodia caricaturale e grottesca di un genere.
Anche la risoluzione del giallo del resto scivola ben presto da un piano oggettivo e operativo tipico del genere crime/investigativo a uno surreale e onirico e il detective Cooper dovrà venire a contatto con forze soprannaturali e esseri demoniaci.
Parte della bellezza e de potere catartico del cinema forse sta proprio in questo, nella capacità di specchiarsi all’infinito, di guardare se stesso mentre parla del mondo e viceversa. Forse proprio qui sta il segreto dell’arte, non essere mai copia del mondo, non parlare per similitudini, superare semplici interpretazioni didascaliche, lasciando che il senso emerga a livelli più profondi della coscienza, nel libero gioco della fantasia.
